Arrivai.
Sapevo di essere in ritardo, seppure di poco. Questo lo avrebbe stizzito ancora di più ma poco importava a quel punto.
Scesa dall'auto mi sembrava ci fosse qualcuno affacciato a guardarmi e mi sentii colpevole, per quello che stavo facendo.
In quel viale, davanti al palazzo nessuno.
Gli telefonai e gli dissi di scendere ma lui mi fece salire, lì in quella casa.
Era passato un anno e mezzo dall'ultima volta. Nonostante da mesi fosse rientrato nella mia vita, a nessuno dei due era mai venuto in mente di tornarci insieme.
Presi le scale perchè mi accorsi di non ricordare il piano dell'appartamento, e un po' me ne vergognai. La notte mi aveva già incupito.
La porta era socchiusa. Entrata, tutto com'era è.
Riconoscevo ogni particolare, molto tempo mi era servito tra quelle mura. Lui gironzolava per casa noncurante, mi salutò freddo. Eravamo già lontani. Non ebbi il coraggio di voltarmi verso la sua stanza, troppi ricordi. Arrivata nella sala riconobbi i divani uno di fronte all'altro e ricordai la prima volta che avevo messo in piede in quella stanza.
Avevo quindic'anni, una mattina. Lui mi era venuto a prendere ed eravamo andati a casa sua, soli. Ero intimidita dal suo mondo, stavamo insieme da poco. Lui aveva unito i divani e ci eravamo stretti abbracciandoci in silenzio per un paio d'ore. Entrambi capimmo che sarebbe stato importante ma forse non avrei immaginato di ritrovarlo dopo quasi quattro anni .
Prese la giacca e io gli dissi di metterla dove capitava, mi sarebbe importato poco del cappotto sgualcito. Si era allungato sul divano di fronte sorseggiando un po' d'acqua da una bottiglietta.
A nessuno dei due sembrarono uscire le parole giuste.
La conversazione iniziale fu scarna e ciò mi innervosì ancor di più.
Gli chiesi cos'aveva da dirmi, troncando le buche di silenzio.
Disse che l'avevo deluso e mi fece male.
Che avrebbe voluto avermi, un paio di settimane, col cuore pronto ad abbracciarlo. Che aveva sperato in noi, che nulla era qualcosa per lui senza me.
Lo attaccai, dicendogli che tutto s'era perso perchè
entrambi non avevamo nutrito forti intenzioni.
In realtà sapevo bene di parlare solo per me.
Ma temevo di dirgli che non l'amavo. Che forse si, una volta, un paio d'anni fa. Quella ragazzina l'amava perchè lui le aveva dato qualcosa di diverso. Forse l'amavo, stringendolo in macchina. L'amavo all'uscita da scuola, amavo i pomeriggi e anche i suoi atteggiamenti. Ma ora no.
Mi chiedevo perchè, dopo un anno di silenzio, avessi voluto continuare a vederlo. Gli volevo bene, e quello era vero. Ma l'amore è un'altra cosa, ti fa perdere la testa. E io la testa l'avevo ben salda.
Era arrabbiato e fu brutale.Mi disse che gli avevo raccontato balle, che non ero pronta per lui, per noi.
Mi disse che aspettava da mesi che io salissi su a Bologna per viverci l'un l'altro. Che pensava saremmo stati insieme, mesi, anni. Che vedeva in me una certezza, che lui l'Amore l'aveva. E forse mi aveva sfiorata ma ora, ora non più, no.
In un primo momento avevo cercato di rispondere. Sapevo perchè aveva esitato ad aprirsi in questi mesi.Me l'ha sempre detto.
Aveva paura che rovinassimo tutto, come quasi due anni fa. Quando dentro quella macchina gli dissi che forse non l'amavo più, che sarebbe stato meglio perderci. Sapeva che non eravamo visti per un anno, che ricominciare comportava dei rischi. E forse in quel momento aveva deciso, dicendomi quelle cose, di farmi male.
Come io ne stavo facendo a lui.
Gli dissi che non me l'ero sentita di andare da lui, queste settimane. L'ipocrisia non m'appartiene, non lo desideravo perchè sapevo di fingere.
Iniziò a bagnarmi di frasi dette male, di parole nere. Decisi di non rispondere, avrei ulteriormente peggiorato la situazione.
Mi imposi su quel divano di non far uscire una lacrima, non gliel'avrei data vinta.
Continuò per venti minuti. Io in silenzio. Mi disse che avevo cercato scappatoie, che l'avevo preso in giro sapendo che lui mi amava.
Mi disse che io si, gli avrei dovuto dare solo poco in più. Per renderlo felice. Ad un certo punto staccai il cervello, ripensai a tutto questo tempo. Mi sentii sciocca. Ricontrarlo dopo un anno mi aveva fatto un certo effetto ma sapevo di essere un'altra persona. Lui non mi aveva dimenticato, amava me ancor di più per quello che ero diventata. Io cercavo altro.
Pensai che lo stavo perdendo, e che questa volta mai più sarebbe tornato.
Che i miei anni del liceo, nel bene o nel male, li aveva dipinti.
Che avrebbe voluto vivere con me,una storia.
A forza uscirono un paio di lacrime. Ma nulla di più.
Ripensare alle urla di qualche minuto prima mi straziava.
Mi disse che s'era fatto tardi, che gli avevo detto di avere un impegno. Mi alzai offesa, presi la giacca e mi avviai verso la porta.
Sul pianerottolo, entrambi in silenzio, decidevamo nelle nostre teste la giusta frase da apporre a quel quadro.Non so come,in un battibaleno avevamo ricominciato ad urlare ed eravamo tornati in casa per evitare di svegliare il condominio.
Gli dissi che mai avrei pensato di sentire certe parole dure da lui, mai. E nel frattempo ero incazzata con i singhiozzi che in quel momento mi sarebbero dovuti morire in gola, non volevo farmi vedere così ferita. Da quelle frasi.
Gli chiesi come poteva, come avrebbe potuto.
Gli dissi che lui una delusione vera non l'aveva mai provata. Che non sarei stata io la peggiore.
Gli chiesi se aveva qualcos'altro da dirmi. Lui mi rispose con la stessa domanda. Gli dissi che qualcosa avrei detto, prima di sentirmi così. Gli avrei detto mi hai fatta crescere, sei stata la prima persona che mi abbia fatto sentire metà, ti ho voluto bene e te ne voglio.Ricordo ogni minuto trascorso a parlare, ogni confidenza. Non l'avrei voluto perdere di nuovo, avrei voluto averlo, anche solo qualche volta al telefono. Una frase ogni tanto, per ricordarmi cos'era.
Eppure non volli dir nulla. Solo che semmai avesse voluto, avrebbe saputo dove trovarmi. Lui disse lo stesso.
Andai via, a passo svelto, senza voltarmi per le scale,iniziai a piangere. Sentii la porta chiudersi all'inizio della rampa e riaprirsi poco dopo. Lo sentii scendere le scale di fretta quand'ero davanti al portane e lo vidi arrivare trafelato.
Mi carezzò la testa e mi disse che anche se mi aveva detto quelle cose, anche se m'aveva ferita, mai a nessuna avrebbe voluto il bene che aveva voluto me, che mi voleva. Si voltò e andò via. Senza altre parole. Io rimasi china in un angolo davanti al portone a piangere pensando a quello che era stato, a quello che era .
Dopo poco aprii la porta ed uscii per sempre.
Dalla sua vita. Tornai di corsa in auto col volto rigato dalle lacrime ed iniziai a perdermi nella notte.
Avevamo chiuso il libro della nostra storia.